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Manifesto dell’escursionista

Quello che vale la pena ricordare, ogni volta che andiamo in montagna.

Un manifesto per chi cammina

Non avevamo bisogno di scrivere il nostro manifesto. Non perché ci manchino idee, visioni o parole da dire. Ma perché tutto quello in cui crediamo, in fondo, lo raccontiamo già camminando. Lo raccontano le nostre uscite, le storie che raccogliamo, i modi in cui scegliamo di stare in montagna. Non sentivamo il bisogno di definire chi siamo: crediamo che l’identità di un progetto debba essere vissuta, non spiegata.

Ma in un tempo in cui la montagna è sempre più affollata, consumata, raccontata male, ci è sembrato importante prenderci un momento per dirci cosa conta davvero — non solo per noi, ma per chiunque condivida una certa idea di cammino. Un’idea fatta di rispetto, ascolto, attenzione, scelte quotidiane.

Per questo abbiamo scritto un manifesto che non vuole appartenere a noi, ma essere condiviso da chi sente la montagna come qualcosa di più di uno sfondo da attraversare.

Lo abbiamo intitolato “Manifesto dell’escursionista”, perché non ci interessano le etichette. Perché ci piace pensarlo come un manifesto per chi cammina con rispetto. Per chi cerca un modo diverso di stare in montagna. Per chi, semplicemente, ci prova. Ogni volta.

Manifesto dell’escursionista

1. Prima di partire, meglio sapere dove stiamo andando.

Controllare il percorso, leggere il meteo, capire quanto ci metteremo. Prepararsi con calma fa la differenza. Ogni anno in Italia si registrano centinaia di interventi del Soccorso Alpino legati non a incidenti imprevedibili, ma a sottovalutazioni evitabili: attrezzatura inadeguata, meteo ignorato, percorsi scelti senza criterio. In un tempo in cui la montagna è sempre più “accessibile” – grazie ai social, alle app, alla segnaletica digitale – cresce il rischio di percepirla come qualcosa di semplice. Ma il paesaggio non basta conoscerlo: va compreso. E spesso, il primo passo è informarsi.

2. Non serve andare oltre i propri limiti per sentirsi vivi.

La montagna non chiede prove di coraggio. C’è più consapevolezza in un passo indietro che in una vetta raggiunta a forza. I dati lo confermano: la maggior parte degli incidenti in quota avviene in discesa, quando la stanchezza prende il sopravvento e il corpo non regge più il ritmo. Fermarsi prima, o cambiare piano, è un segno di maturità, non di debolezza. Nel mondo dell’alpinismo esiste un principio antico quanto attuale: “la cima è solo la metà del cammino”. Vale anche per chi cammina su sentieri, non solo per chi scala pareti. Nessuna meta vale quanto la nostra sicurezza.

3. I luoghi che attraversiamo meritano attenzione.

Camminare sul sentiero, non lasciare rifiuti, raccogliere quelli che troviamo. Ogni piccolo gesto parla di noi. L’ambiente montano è delicato: un singolo mozzicone di sigaretta impiega fino a 10 anni per decomporsi, una buccia d’arancia fino a 2. La flora alpina ha ritmi di crescita lentissimi, e molte specie impiegano decenni a rigenerarsi dopo il calpestio fuori traccia. Non servono grandi azioni per proteggere la montagna. Serve costanza, e quella forma di rispetto silenzioso che consiste nel lasciare tutto com’era. O magari, un po’ meglio.

4. Salutarsi lungo il sentiero crea un altro tipo di legame.

Anche un semplice “ciao” può cambiare il ritmo di una giornata. In montagna, quel saluto ha un valore antico: era un modo per riconoscere l’altro come parte dello stesso cammino, come presenza viva dentro un paesaggio vasto. Oggi che i sentieri si affollano, che si cammina spesso con le cuffie, quel gesto resta uno spazio di umanità. Un modo per ricordarci che stiamo condividendo lo stesso luogo, e forse anche lo stesso bisogno di rallentare.

5. Chi vive la montagna ogni giorno ha tanto da raccontare.

Parlare con un rifugista, ascoltare chi abita una valle, fermarsi in una malga: sono momenti che valgono più di mille recensioni. In molte aree alpine, la memoria del territorio si trasmette ancora oralmente: toponimi antichi, storie di pascolo, regole non scritte che legano comunità e territorio. La montagna non è solo natura: è cultura, lavoro, tradizione. E se ci fermiamo ad ascoltarla davvero, attraverso le voci di chi ci vive dentro, il nostro camminare cambia profondità. Diventa relazione.

6. Quando si pubblica qualcosa, si lascia una traccia anche online.

Condividere è bello, ma ogni post è un invito. E certi luoghi hanno bisogno di silenzio più che di visibilità. Negli ultimi anni, località come il Lago di Braies o la Seceda hanno registrato picchi di presenze superiori alle capacità reali del territorio, in parte a causa di contenuti virali. Esistono sentieri bellissimi che reggono male il sovraffollamento: sono fragili, poco segnati, privi di servizi. Prima di taggare, geolocalizzare o consigliare, possiamo chiederci: questo posto ha bisogno di essere visto da tutti? A volte, proteggerlo è più importante che mostrarlo.

7. Ogni escursione è un’occasione per imparare qualcosa.

Che sia un nuovo sentiero, un errore evitato per poco, un animale avvistato per caso. La montagna insegna con pazienza, ma senza sconti: ci ricorda che non tutto si controlla, che la fatica ha un valore, che il corpo va ascoltato. Secondo alcune ricerche sul benessere outdoor, chi cammina regolarmente in ambiente naturale sviluppa maggiore consapevolezza, gestione dello stress e senso di interconnessione con il mondo. Ogni cammino può essere un’occasione per conoscerci meglio. Sta a noi decidere se coglierla o passare oltre.

8. Sentirsi a casa.

Quando diciamo “sentiti a casa” non intendiamo prendere confidenza a caso, ma prenderci cura di dove siamo. Chi si sente davvero a casa, non sfrutta, non consuma, non lascia in disordine. Chi si sente a casa, ascolta, osserva, rispetta. Secondo alcune ricerche sull’attaccamento ai luoghi naturali, le persone che sviluppano un legame affettivo con un ambiente tendono a comportarsi in modo più responsabile e protettivo verso di esso. La montagna non ha bisogno di padroni. Ha bisogno di chi la riconosce come spazio comune. E allora sì: se sappiamo prendercene cura, possiamo davvero sentirci a casa. Con tutto il senso di responsabilità che questo comporta.

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